Prof. Pier Giorgio Righetti

INTRODUZIONE

San Quentin you’ve been living hell to me

You’ve galled at me since 1963

I’ve seen them come and go and I’ve seen them die

And long ago I stopped asking why.

(Johnny Cash, At San Quentin, 24 febbraio 1969)

 

San Quentin, sei stato un inferno vivente per me

Mi hai vessato fin dal lontano 1963

Ho visto carcerati andare e venire e li ho visti morire

E tanto tempo fa mi sono chiesto perché.

Quando Cash giunge a “living hell” si alza un boato dalla platea di carcerati, un grido di dolore per la libertà persa e desiderata (e per condizioni di vita direi miserabili, in un carcere di massima sicurezza dove non imperava la pietà per i galeotti ma il loro sfruttamento e la loro degradazione morale). Il desiderio di libertà è forse la molla più potente che ci spinge a continuare a vivere. Italo Calvino (Lezioni Americane, Sei Proposte per il Prossimo Millennio, 1988) la vede come un simbolo di leggerezza, intesa come sottrazione di peso, un liberarsi dalla forza di gravità che ci tiene incollati alla terra. Il desiderio di volare ha profonde radici nell’antichità. Ci provò Icaro, ma mal gliene colse quando, avvicinatosi troppo al sole, le ali si sciolsero e si sfracellò a terra. Andò meglio a Mercurio, il dio con le ali ai piedi, forse perché l’empireo greco è in orbita lagrangiana intorno alla terra, bel lontano dal sole. Ed è sempre andata bene agli angeli, che nei dipinti rinascimentali sono rappresentati con ali variegate e policrome. Non ne avrebbero bisogno poiché, essendo puri spiriti, non necessitano di ali. Inoltre, dal modo poco fisiologico con cui le loro ali sono incollate sul dorso, non potrebbero nemmeno beccheggiare, figurarsi volare!

La mitologia greca ha istillato l’ansito del volo anche nei quadrupedi. Così nacque Pegaso, nato dal terreno bagnato dal sangue versato quando Perseo tagliò il collo di Medusa. Animale selvaggio e libero, era utilizzato da Zeus per trasportare le folgori fino all’Olimpo. Era stato poi addomesticato da Bellerofonte, che se ne servì come cavalcatura per uccidere la Chimera. Dopo la morte dell’eroe, caduto dal suo palafreno, il destriero alato era ritornato tra gli dei, che lo avevano  trasformato in una nube di stelle scintillanti a forma di costellazione, Pegaso, appunto. Lo riscoprì Ludovico Ariosto, nell’Orlando Furioso (1516), dove Ippogrifo svolazza liberamente tra le pagine del poema, a trar d’impaccio gli eroi nelle situazioni più disperate. Così lo immortala Ariosto:

Non è finto il destrier, ma naturale,

ch’una giumenta generò d’un Grifo

calvino

Nell’impresa più spettacolare, Astolfo, cavalcando Ippogrifo, vola sulla luna a cercar il senno d’Orlando: lo trova in un’ampolla sigillata (tra lo sterminato numero di fiale che costellavano la superficie lunare!) che riporta sulla terra per far rientrare in senno l’eroe. Dio solo sa quanto ne avremmo bisogno oggidì, poiché il mondo moderno sembra popolato da lunatici, che hanno perso il cervello rintronati dalla TV, da fake news, da frustrazioni quotidiane provocate dal capitalismo galoppante e da una vita spesso miserabile e senza libertà (morale e materiale).

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Leonardo fu davvero prigioniero del volo, come gli artisti di Bollate affermano, penso ammiccando, e come il catalogo di questa loro mostra racconta? Fin da bambino era cresciuto come uno spirito libero, scorrazzava liberamente tra i boschi del natio borgo di Vinci, e già coltivava la sua inesauribile curiosità sulla natura, in tutte le sue forme ed espressioni. In un certo senso, però, era prigioniero delle sue idee, che pullulavano nel suo cervello e si moltiplicavano a getto continuo. A tal punto che raramente riusciva a portare a termine tutti i suoi progetti, cosa che, oggi, gli valse l’attribuzione di una patologia dall’acronimo ADHD (Attention Deficit, Hyperactivity Disorder; (M. Catani, P. Mazzarello, Brain 142, 2019, 1842-1846). Anche Freud infierì su Leonardo affermando che la sua “sterilità artistica” fosse dovuta a repressione sessuale infantile. Questi individui che lo denigrano hanno capito ben poco della sua personalità: al contrario, Leonardo non soffriva di deficit di attenzione, bensì dedicava un’attenzione forse eccessiva a tutte le sue osservazioni, passando, ad esempio, ore e ore a villa Melzi a Trezzo d’Adda, accoccolandosi sotto i ponti del fiume, a studiare a lungo i gorghi delle acque attorno ai piloni. E la stessa cura, quasi spasmodica, la dedicò al volo, diventato per lui una vera ossessione.

Le pensò tutte: il paracadute, l’ala battente, una gondola su cui due piloti pedalavano furiosamente per muovere le ali acciocché si librasse in volo, la vite area, precursore dell’elicottero e altri progetti. Aveva visto giusto, preconizzando i tempi moderni, ma non poté mai realizzare i suoi sogni non perché affetto da ADHD, bensì perché mancava l’energia per far volare tali apparecchiature, che non si poteva trarre dal bruciare ATP muscolare, bensì sarebbe venuta, ai primi del novecento, con il motore a scoppio. Francesco Baracca pilotava un velivolo non dissimile da quello ideato da Leonardo 400 anni prima! Si criticò aspramente anche il gigantesco cavallo che avrebbe dovuto realizzare in onore di Francesco Sforza, fortemente voluto da Lodovico il Moro: si disse che era utopico e che non si sarebbe mai potuto pensare a un progetto di fusione. Infatti Leonardo, con i suoi allievi, aveva iniziato a scavare una fossa di fusione (profonda 9 metri) proprio per realizzare questo progetto, in quello che oggi è il cortile di fronte a Palazzo reale! Mancò il bronzo, usato per cannoni contro l’invasione francese, e poi ci fu la fuga sua e del Moro alla caduta di Milano.

Ho enucleato tre abiti da sera, tra i trenta disegnati dagli artisti di Bollate (e anche da esterni) che qui voglio descrivere in breve.

L’abito di Madonna Litta.

Geniale intuizione poiché questa stupenda tela è da alcuni mesi esposta al Poldi Pezzoli, in prestito dall’Hermitage di St. Pietroburgo. Un lavoro del 1495 che fece scuola ed ebbe numerosi imitatori sia tra i suoi allievi, sia tra diversi pittori europei. Mi sono recato diverse volte a studiare questo dipinto, scoprendo così le sue arcane virtù che ammaliano il visitatore: si basa sulla sezione aurea (Divina Proportione, come la battezzò Luca Pacioli nel suo testo, le cui 60 tavole di complessi poliedri furono illustrate ed acquarellate proprio da Leonardo). Scavando a fondo, abbiamo scoperto che lui la disegnò avendo in mente una spirale aurea, che sottolinea l’armonia della natura e dell’universo! Non si trova tale spirale nei suoi contemporanei, vuoi Raffaello, vuoi Botticelli, la cui favolosa Madonna del Libro impreziosisce le raccolte del Poldi Pezzoli.

L’organo portativo.

Una geniale esecuzione. L’ampia gonna ricorda il mantice degli organi, all’epoca ad azione manuale, che serviva a comprimere l’aria da insufflare nelle canne per produrre le armonie musicali. Il torso e le spalle richiamano le stesse canne dell’organo, svettando sopra il capo della modella, a imitare l’aureola dei santi o una corona. Senza dimenticare la brillante trovata della cintura, che disegna la tastiera di pianoforti e organi. La lista dei suoi strumenti musicali è lunga: la piva continua, il cannone (in realtà canone) musicale, una specie di organetto di barberia che generava un coretto a quattro voci, i flauti glissati, che “non fanno le mutazioni delle loro voci a salti, ma nel modo proprio della voce umana” (Codice Atlantico, foglio 1106r).

Il carro armato a forma di testuggine.

Non va dimenticato che quando, nel 1482, Leonardo si presentò a Ludovico il Moro, nel suo biglietto da visita era scritto: ingegnere militare! All’epoca erano i più ricercati da duchi e principi, per proteggere i loro territori devastati da guerre continue. Anche qui l’ampia gonna ricorda la testuggine a lamine scorrevoli che serviva a proteggere gli otto uomini all’interno che manovravano ingranaggi dentati per muovere le ruote del carro. Tra le sue numerose macchine belliche, vorrei qui ricordare la spingarda a ventaglio, in un modello con 11 bocche da fuoco per ogni batteria rotante, per un totale di 33 canne da fuoco. Leonardo la battezzò “organo”: non che suonasse fughe bacchiane, ma sicuramente metteva in fuga le truppe nemiche! Scommetterei che gl’ingegneri russi siano venuti in Italia a spiare tra le sue carte e abbiano copiato la sua idea costruendo l’Organo di Stalin, (al secolo Katiusha), curioso messaggio d’amore spedito alle truppe naziste.

Chiudo qui questo mio breve excursus complimentandomi vivamente con gli artisti di Bollate per questo loro lungo e paziente lavoro di alta sartoria, accoppiata a fremiti di arte rinascimentale (e leonardesca), che rimarranno a lungo nella loro e nostra memoria. Lungi dall’essere “prigionieri del volo”, credo che questo progetto di alto livello li abbia aiutati a volar fuori dal nido,  magari come nel famoso film “One Flew Over the Cuckoo’s Nest “ (Miloš Forman, 1975).

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Milano, 22 gennaio 2020

PIER GIORGIO RIGHETTI, Politecnico di Milano.